#Day 5 Fenomenologia del selfie in mutanda

Devo capire una cosa. È necessario.

E voi mi dovete aiutare. Dobbiamo parlare di mutande, sì di mutande.

Così, senza remore, in amicizia, a tu per tu. Però state calmi, fate i bravi: non sono inciampata ancora nei timidi bollori del soft porn, non mi è capitato sotto mano uno giornaletto sconcio stile anni ’90 e non ho nessun tipo di problema (ad eccezion fatta di una spudorata quanto consapevole invidia) nei riguardi di quei manifesti enormi con cui Intimissimi ha deciso di (s)vestire la città, no.

Oggi vorrei ragionare con voi di quella strana tendenza che da un po’ di tempo a questa parte pervade me, il mio cellulare e, più nello specifico, la bacheca del mio profilo Instagram.

Sto parlando della famigerata fenomenologia del selfie in mutanda. Sì, lo so che non esiste, è inutile che andate a googolare, tanto non c’è. Me la sono appena inventata.

Bene. Iniziamo dalla fine.

Non sono una moralista, non lo sono mai stata e, francamente, non mi scandalizzo per un paio di culi al vento, voglio dire, credo che al mondo ci siano cose ben peggiori per cui valga la pena inorridire. E, poi, tematiche esistenziali a parte, scusate: trascorriamo, grosso modo tutti, almeno un mese all’anno con le chiappe di fuori sulla spiaggia, in piscina, al mare, pure in montagna: non vedo, allora, quale sia il problema se in un’epoca digitale come la nostra, vengano dispersi in rete una serie di piccoli triangolini di cotone variamente operato, che da secoli separano la noi che abita il basso da tutto il resto degli esseri umani.

E invece c’è. Il problema c’è. Almeno per me. Ora vi spiego.

Scena: stamattina, mentre bevevo il caffè e scrollavo assonnata l’homepage di Instagram, mi sono imbattuta in una foto di una influencer a caso, una di nicchia, non coi numeroni, ma bella ugualmente e simile ad una delle tali. Bene. Nello specifico il suo era un selfie mattutino, impeccabile, curato: mezza tramortita dal sonno, un paio di mutande di pizzo color melanzana e una sottile, quasi impercettibile cannottierina bianca, stile maglia della salute per intenderci, con la quale, però, non credo abbia dormito realmente: bianchissima, senza grinze, stirata manco fosse il miglior abito di Gucci da indossare alla prima della Scala. Amica, non mi freghi: su Insta fai la figa, fai quello che ti pare, ma di notte -sono sicura, devi essere umana- sudi come noi tutti comuni mortali nel mese di Luglio sotto il sole di Riccione (Parigi, Milano, fate voi).

Ad ogni modo, mi sono detta: bella sta foto, la voglio pure io. Detto fatto, scatto.

Panico.

Penso di aver guardato quella fotografia un quantitativo di minuti sufficientemente abbondante per capire che, a conti fatti, non l’avrei mai pubblicata. Le mutande, indossate, così, in bella vista, riflesse nello specchio di camera mia.

No, mi sono detta, è una questione di intimità. Non posso farlo. E così l’ho eliminata.

Perché? Dopotutto, siamo o non siamo all’apice dell’età della anti-innocenza? Non ci vergogniamo più di farci fotografare in costume da bagno, siamo a nostro agio con un cellulare in una mano e il culo di lato sul lettino di una spiaggia, o in una posa stile Sabrina Ferilli che beve il tè nero sul sofà. Indossiamo abiti succinti, condividiamo col mondo gran parte delle nostre giornate e spesse volte ci mettiamo in tiro solo per mostrarci impeccabilmente belle in uno scatto.

Allora com’è che una foto in mutande riesce ancora a violare i limiti della nostra moralità? Fino a che punto siamo disposti a metterci a nudo nella Rete senza sentirci, poi, realmente svestiti?

Non lo so. Sfortunatamente per me e per voi questo è in pratica tutto quello che so, tutto quello che ho da dirvi in merito alla fenomenologia della mutanda.

Lo so, è una teoria fallace, fa acqua da tutte le parti ma credeteci: ci sto lavorando.

 

 

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#Day 4 365 giorni bastano per invecchiare?

Tra una settimana esatta compirò 27 anni. Senza circa, senza quasi, senza ma: 27 primavere tonde tonde. E chi se lo aspettava.

Di questi tempi, 365 giorni fa, i miei sentimenti seguitavano gli avvenimenti del tempo con un andamento più o meno regolare:

una telefonata avrebbe sconvolto le mie abituali non-vacanze estive, con rammarico mi sarei adirata per l’ennesimo viaggio mancato e per la tremenda offensiva stakanovista delle zanzare su di me, contro di me, forever.

Con crescente adrenalina, poi, avrei accettato una proposta di lavoro imprevista, massacrante ma bellissima. Mi sarei scoraggiata, divertita, stupita della bellezza di Napoli, del profilo mesto dei pini e avrei addentato, nel cuore di una bianchissima notte solitaria, almeno due chili di mozzarella.

Poi, come sempre accade il ventunesimo giorno di Luglio, mi sarei rifiutata di festeggiare il mio compleanno.

E, alla fine, sempre come sempre accade, l’avrei festeggiato ugualmente.

Così, con gli occhi chiusi e il cuore appesantito di un anno, avrei espresso il mio solito desiderio (quello che, a quanto pare, proprio non si vuole avverare). Avrei mangiato una fetta di torta alle fragole e, se proprio ve lo steste chiedendo, avrei fatto il bis, sì. Almeno per tre giorni di fila.

Un anno fa, 26 anni. Sembra trascorsa una vita. E invece, sono solo 12 i mesi che mi separano dal mio ex-compleanno.

Ricordo ancora i visi, i sorrisi, le movenze di chi c’era. Poche persone eh, ma tutte sincere. Ricordo quello che ho fatto e quello che non ho fatto.

E poi, una serie di telefonate, messaggi, segnali di fumo: un leitmotiv copulsivo pareva orchestrare le frasi di rito di amici e parenti.

Cito: “26 anni, mamma miaaa, sei giovane, giovanissima! Goditi la vita bella di zia eh! Gira il mondo, innamorati, conosci gente, fai tutte le esperienze che puoi, sii felice a zia”.

“a quest’età non si dovrebbe pensare all’amore, pensa a te. Hai tutta la vita davanti. I fidanzati sì, ma vanno e vengono.

“Eddai siamo nel 2017, ancora con queste storie così lunghe?! La vita è una e va vissuta. Consci, esplora, non ti precludere nulla”.

“Sei nel fiore della vita. Magari avessi io la tua età”.

“Questi sono gli anni migliori, goditeli eh, chè non tornano più”.

E blablabla.

Bene. Ora che abbiamo fatto questo rapido excursus nei cliché del mio recentissimo passato, torniamo a noi. È un’afosa sera di Luglio, siamo nel 2018 e mancano 7 giorni al mio 27esimo compleanno.

Potete spiegarmi in un anno che cosa cazzo è successo?

365 giorni fa non avevo alcun matrimonio in programma. E nemmeno oggi.

E allora com’è che a distanza di un anno, questa mia mancata edificazione di un futuro sentimentale stabile e socialmente accettato sembra essere diventata un problema ENORME, insormontabile e d’interesse nazionale?

A 26 anni ero recepita quale giovane, giovanissima donna e per questo tutti mi incitavano a godermi la vita, a fare nuove esperienze, tante conoscenze. Alla soglia dei 27 che succede? Si entra inavvertitamente nel buco nero della decadenza?

NO DICO, E QUALCUNO MI VOLEVA AVVISARE?

#Day 3 La regola del testosterone

testosteróne s. m. [comp. del lat. testis «testicolo» e di ster(olo), col suff. -one degli ormoni]. Il testosterone è un ormone steroideo a 19 atomi di carbonio che si forma prevalentemente nelle cellule interstiziali del testicolo. Nell’uomo adulto i livelli di testosterone giocano un ruolo molto importante per ciò che concerne la sessualità, l’apparato muscolo scheletrico, la vitalità e la buona salute.

Il testosterone regola, dunque, il desiderio sessuale, l’erezione e la faccia da culo che gli uomini fanno quando vedono camminare una donna in minigonna.

Allora, io non sono propriamente sicura che la produzione di testosterone sia direttamente proporzionale all’inebetismo maschile che si acuisce terribilmente col sopraggiungere del primo calore estivo, no.  O che, d’altra parte, la componente steroidea sia in qualche modo implicata nella formulazione di quei commenti opinabili che sgusciano via dalle loro bocche quando si ritrovano al cospetto di una gamba.  Dopotutto,  perché stigmatizzare un ormone quando, invece, il diretto responsabile di questo bug evolutivo è solo un povero cervello che da secoli (e per secoli ancora) vive assecondando i sentimenti di un batacchio?

Poi, però, se lo si chiede in giro, siamo noi ad essere uterine. Ma questa è un’altra storia, amici, facciamo un passo indietro. Prendiamola alla lontana.

Una ricerca condotta dagli psicologi della Radbounds University in Olanda ha dimostrato che la semplice presenza di una donna riesce ad inibire gli uomini, al punto, da fargli dimenticare le nozioni elementari proprie della vita e della buona condotta in società.

Che novità. E mica avevamo bisogno dell’intervento dei professoroni olandesi. Ogni donna può provarlo da sé, per sé, sulla propria pelle: basta scendere di casa con un paio di shorts, ma che dico shorts, basta scendere di casa, punto, per riscontrare quanto massicciamente il pene domini sulla loro ragione.

Scena: è venerdì pomeriggio, un pomeriggio soleggiato e infelice di Luglio. 50° gradi all’ombra e fiumi di bestemmie a fare da preludio al peggio che verrà: la Vespa mi ha lasciato a piedi e io devo andare a lavoro. Così, dopo aver vivisezionato il meteo, sperato che i gradi Fahrenheit previsti subissero un tracollo stile crisi di Wall Street, mi sono decisa. Scendo, e scelgo di affrontare il calore di quel pomeriggio estivo con un paio di jeans corti, un top a bretelle simil pigiama e una paio di Birkenstock che, come molti di voi sapranno, prima degli Ugg’s e dopo i sandali con i calzini, dominano indisturbati la classifica degli indumenti anti-sesso.

Infilato l’outfit delle grandi occasioni, sono pronta: auricolari, capelli raccolti e occhiali a coprire l’assenza di trucco. Fa caldo e spiaccicarmi della roba in faccia non potrà di certo sollevare la mia precaria condizione di viandante solitaria. Prendo la borsa, dimentico sicuramente qualcosa (ma non ricordo cosa, scusate) e chiudo la porta.

Una rampa di scale, due tre: sono fuori dal palazzo. La distanza che separa casa mia dal posto in cui lavoro non è tanta, ma a me è sembrata infinita, infernale e vi giuro, vi giuro, non per il caldo indemoniato e il sudore appiccicoso che giocava a rafting lungo la mia schiena.

In ordine sparso, impilati non per importanza, vi dico:

  1. un automobilista a caso ha inchiodato manco avesse visto la Madonna. E invece no, NO: ero solo io che, per resistere all’afa, m’ero attacca ad una bottiglia di Gatorade al limone.
  2. un tizio, con un’opinabile maglietta verde e nera a righe verticali, ha fatto un paio di fischi tanto fastidiosi da soverchiare pure Amore che vieni amore che vai selezionata, molto amorevolmente, per me da Spotify.
  3. Un muratore sull’impalcatura ha torso il busto panzuto in un modo tanto complesso che mi ha fatto penare per lui, chiedendomi come mai non avesse già abbandonato l’edilizia per darsi alla sua neoata carriera da circense.
  4. Due ragazzi, di età diverse ma a cavallo di un unico motorino, mi hanno definita in sequenza: bambola, quadro, splendore, stella, incanto. Evidentemente avevano le idee confuse.

Ora, tutto questo soliloquio per dire cosa: io non ce l’ho con il sesso maschile, per carità ve lo giuro, li reputo strani, inaffidabili, confusi, alterati ma chi non lo è? E non sono nemmeno una single incattivita dalla vita, almeno, non ancora, non del tutto.

Però ho un dubbio, una perplessità che mi assilla, mi attanaglia, mi sgomenta. Ma, esattamente, veramente, dovete essere sinceri, mi rivolgo a chi si è abbandonato almeno una volta nella vita a questo genere di lusinghe mai richieste, mai capite. Mi chiedo, vi chiedo: ma un abbordaggio del genere, in pieno stile addò coglio coglio ha mai funzionato?

 No perché, ok che si scatena la libidine, ok che la regola del testosterone vuole che, ad ogni centimetro di gamba di donna scoperta un neurone maschile caracolla e si uccide, però, dai, c’è un limite a tutto.

No?

 

 

 

 

#Day 2 Martedì killer

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L’orologio digitale segna già le 8:00 del mattino. I cani abbaiano, la tapparella si è incastrata e il sole non c’ha messo molto ad infuocare la trama operata delle lenzuola sintetiche. Sembra un sabotaggio, e un po’ lo è, come tutti i miei risvegli.

E va bene, ok, cospiratori del sonno, avete vinto voi. Mi alzo.

Controvoglia, quindi, apro prima un occhio, poi l’altro: guardo fisso davanti a me. Cazzo. La persiana è veramente rotta, bloccata. Un disastro.

Eppure, non è l’abnegazione della tapparella il problema principale di questo martedì disorientato. Sedetevi che ve lo racconto.

Dunque, con lo sguardo ancora sopito, cerco a tastoni gli occhiali da vista, e non li trovo. Allora, mezza cieca ma già sufficientemente incazzata, cerco il cellulare, e non trovo manco quello. Ottimo, penso, e afflitta dai miei precedenti insuccessi, riorganizzo rapidamente le mie priorità mattutine. Mi risolvo nel cercare un fazzoletto, nella speranza di potermi liberare almeno dai muchi di un’allergia mai sopita, mai capita, ma niente: non c’è, è sparito pure lui. Inizio a pensare di essere precipitata nella morsa di uno spietatissimo buco nero. Quasi me ne convinco e prego, quanto meno, di trovare il cesso, lì al suo posto, tra il bidé e la porta del bagno.
Mi trascino controvoglia oltre la soglia della stanza, butto un’occhiata veloce di là. Ok, il gabinetto c’è, menomale. E in verità anche tutti gli altri mobili e le suppellettili che, goffamente, ingombrano il resto della casa. Quindi, il problema è mio, tutto mio, giochiamo a nascondino solo entro i muri perimetrali della mia stanza.
Bene, molto bene. Respiro: un istinto primordiale mi sobbalza nella scollatura. Sento l’impellente bisogno di rivoluzionare ogni angolo di questa cameretta. La guardo, inizialmente la guardo, la scruto, quel tanto che basta per realizzare che il problema non sono io, propriamente io, solo io e la mia lapalissiana inconciliabilità con l’ordine tutto. No.
Questa stanza è un caos di per sé, e non per colpa mia. Piuttosto è la risultante di serie di assurdità affastellate, che se ve le racconto, fidatevi, direste che è tutto frutto della mia immaginazione. Ma non lo è, la situazione attuale, reale è questa, e ve la sintetizzo qui:

  1. il mio letto è attaccato alla scrivania, che a sua volta è attaccata al comò che a sua volta è attaccato ad una mini-libreria, secca e lunga, impossibile da raggiungere, neppure con una dose massiccia di buona volontà.
  2. sotto il letto due cassettoni a scomparsa reale, vale a dire, inutilizzabili: tutto quello che c’è al loro interno è destinato all’oblio. D’altronde, mi spiegate voi come posso mai usufruire della loro utilità se la facciata anteriore del cassetto è bloccata dal lato sinistro della scrivania?
  3. I vestiti giacciono confusi in ogni angolo: un trespolo raccoglie un quantitativo discutibile di borse e, poco più in là, uno stendino a vista sciancato s’è presto trasformato in un luogo di ritrovo per abiti puliti.
  4. Negli armadi giacciono libri. Nella libreria ci sono 20 anni di scarpe, borse, monili.
  5. Un divano verde (comodissimo per carità) è disposto faccia a faccia con una seconda scrivania, ancora più piccola della prima e, ovviamente, inusitata. Sapete, il dono dell’ubiquità mi manca e, se sono seduta di qua, non vedo come potrei mai, contemporaneamente, sedermi anche di là.
  6. Un’imposta della finestra è bloccata da una serie di Meridiani impilati: non apro l’altro lato della finestra, quindi, ma neppure i libri, per paura di perdere il precario equilibrio che, timidamente, li tiene ancora uniti.

Potrei continuare questo elenco all’infinito, ma direi che per oggi basta. Anche perché più elenco, più rifletto, più rifletto, più mi incazzo e, più mi incazzo, più realizzo che oggi, in questo martedì killer, io sono completamente disarmata, non posso proprio fare un cazzo.
Sì, amici. Ho dovuto mettere a tacere il mio istinto omicida nei riguardi di questa stanza quando ho scoperto di dover restare in casa a monitorare la consegna del carrello a tre ruote di mia madre prevista per questa mattinata.
E io che già mi vedevo felice e soddisfatta, a spingere un carrello pieno di altra muffa tra i grossi padiglioni dell’Ikea.
E invece no, no, c’est la vie. Chest’è: mi tocca scrutare l’assurdo assemblaggio di queste cianfrusaglie anche oggi e ancora per un po’.